«Dress in light and shadow» Raffaele Ingegno
Del perché bisogna sperimentare e vale la pena trarre ispirazione dal lavoro di altri fotografi, nonché del dietro le quinte e del processo creativo dell’eccezionale progetto «Dress in light and shadow», parla Raffaele Ingegno. La mia ispirazione è stata il lavoro di George […]

Del perché bisogna sperimentare e vale la pena trarre ispirazione dal lavoro di altri fotografi, nonché del dietro le quinte e del processo creativo dell’eccezionale progetto «Dress in light and shadow», parla Raffaele Ingegno.
La mia ispirazione è stata il lavoro di George Mayer, straordinario fotografo russo nato nel 1985, che ha realizzato bellissime serie di fotografie conducendo numerosi esperimenti con doppia esposizione, specchi, colori, ombre e motivi geometrici. Fotografava principalmente persone, lasciandosi ispirare dalle ombre delle loro silhouette, spesso combinandole con figure geometriche luminose.
Volevo sperimentare anch’io utilizzando questa idea, per accrescere le mie competenze e la mia capacità di applicare con precisione tagli di luce e ombre proiettate. Da qui è nata la fotografia di Chiara Bianchino, vestita con un elegante abito nero.
Non volevo usare un proiettore, perché l’idea mi sembrava troppo banale. Esistono molte fotografie realizzate con un proiettore e non volevo replicare lo stesso schema. È possibile che in futuro voglia usare questa tecnica per creare qualcosa di nuovo, ma questa volta mi sono concentrato soltanto sul gioco di luce e ombra.

Ho riflettuto a lungo sull’aspetto tecnico e mi sono posto una domanda: invece dell’ombra come elemento per disegnare, potrei usare la luce? Dopo pochi giorni mi sono messo al lavoro e ho iniziato a sperimentare. Dovevo capire se fosse realizzabile e se l’effetto ottenuto sarebbe stato piacevole alla vista e visivamente coerente. Nella foto con Chiara, tutto ciò che è in ombra è quasi completamente invisibile e crea così un abito perfettamente nero fatto di ombra. Invece, nella fotografia che volevo creare ora sarebbe stato il contrario: sarebbe stata la luce a svolgere il ruolo dell’abito. Dovevo quindi illuminare alcune parti del corpo della modella in modo tale che diventassero illeggibili e perdessero la loro immagine originaria. In sostanza, puntavo a creare un abito di luce.

La chiave è comprendere l’essenza della luce dura e morbida
La prima si verifica quando c’è un passaggio netto e rapido dalle aree luminose alle ombre. La luce morbida ha una transizione molto fluida e delicata dalle aree chiare a quelle in ombra. Questi due tipi fondamentali di luce sono facili da ottenere. Tutto dipende dalla sua sorgente, ovvero da quanto è grande e da come è posizionata rispetto alla modella. Ho notato che, per correggere un’ombra sul viso un po’ troppo forte o mal posizionata, molti fotografi allontanano la lampada dalla modella, come se il problema fosse la potenza della luce. Niente di più sbagliato. La luce dura si ottiene utilizzando un modificatore piccolo, mentre la luce morbida si ottiene utilizzandone uno grande. Se ho a disposizione un piccolo Stroboss senza alcun diffusore, lavoro con una sorgente luminosa di pochi cm di diametro, molto piccola, che genererà ombre molto marcate. Se inserisco lo stesso speedlite in un softbox molto grande, genererò una luce morbida.
La cosa più importante è la distanza dal soggetto fotografato
In realtà, la dimensione del modificatore dipende dalla distanza della sorgente luminosa dal soggetto. Se uso un softbox per ammorbidire la luce, allo stesso tempo devo posizionarlo il più vicino possibile alla modella affinché la luce sia davvero morbida. Se lo colloco a 10 metri dal soggetto, non otterrò una luce morbida. Per esempio, il Sole è incomparabilmente più grande della Terra, ma allo stesso tempo è molto distante da essa. Il risultato sono ombre molto dure e nette in una giornata soleggiata e senza nuvole. Diverso è quando c’è nebbia o ci troviamo sotto un cielo coperto: allora le nuvole creano una sorta di “softbox”, attenuando ma anche diffondendo la luce solare.
Torniamo però al nostro tema principale, cioè al processo di creazione della fotografia. Mi ci è voluto parecchio tempo per sincronizzare tutto in modo che funzionasse bene. Ho usato una sola sorgente di luce, e anche un po’ di luce naturale (ambiente) che entrava dalla finestra dello studio. Ho posizionato la lampada a luce continua Quadralite Atlas LED e ho ritagliato una maschera di cartone (gobo) che mi avrebbe permesso di non illuminare il viso e il décolleté dell’ipotetico abito della modella. Queste parti non sono illuminate dalla lampada: sono visibili perché illuminate dalla luce che ho “fatto entrare” nella stanza. A dire il vero, la difficoltà maggiore l’ha avuta la modella, che non poteva muoversi né lavorare liberamente. Doveva assumere quella posizione e restare immobile per tutto il tempo, così che potessi illuminare i punti che mi interessavano di più. Qui va un grande applauso alla mia modella per la dedizione e la pazienza!


Oltre a posizionare la lampada LED senza modificatore (cosa poco piacevole per la modella, a causa della luce intensa diretta verso di lei), ho dovuto occuparmi di altri due aspetti molto importanti, vale a dire la distanza della modella dallo sfondo grigio e la distanza della maschera di cartone dalla modella. È proprio questa seconda distanza a essere estremamente importante, perché determina in larga misura la precisione della transizione tra luce e ombra. Questo è fondamentale per percepire la pelle come una sorta di tessuto. Il passaggio deve essere molto deciso.
Per ottenere questo risultato, la maschera o qualsiasi oggetto che proietti un’ombra sul corpo deve essere posizionato molto vicino alla persona fotografata. Per verificarlo, basta fare un semplice test usando anche solo la torcia dello smartphone. Abbiamo un fascio di luce molto piccolo sotto forma di LED, quindi possiamo puntarlo verso una parete e osservare cosa succede all’ombra muovendo la mano davanti ad esso. Se mettiamo la mano vicino alla sorgente luminosa, l’ombra sarà grande e non molto definita nei contorni. Se appoggiamo la mano sulla parete, dove cade la luce, l’ombra diventerà più piccola, ma molto definita nei contorni.
È esattamente ciò che ho dovuto fare in studio. Ho posizionato la maschera di cartone preparata in precedenza abbastanza vicino alla modella da ottenere ombre molto dettagliate. Per enfatizzare l’illusione dell’abito di luce ho usato anche una profondità di campo ridotta, che insieme alla luce intensa ha prodotto l’effetto che cercavo. L’esposizione era impostata in modo che il viso illuminato dalla luce ambiente risultasse leggermente sottoesposto, mentre il corpo fosse fortemente illuminato dalla lampada.

In alcuni test, come si vede dalla serie di foto sopra senza alcuna postproduzione, ho cercato di ripulire lo sfondo dalle ombre usando un’altra luce, ma riuscivo solo a ottenere uno sfondo sovraesposto che si fondeva con il corpo della modella. Stavo lavorando sulla corretta esposizione di qualcosa di illuminato in modo molto debole, quindi qualsiasi altra sorgente luminosa, anche a bassa intensità, avrebbe contaminato la scena e reso il lavoro più difficile.
Il risultato finale dei miei esperimenti è soddisfacente e ne sono molto contento. È un ottimo esempio del fatto che vale la pena attingere al lavoro di altri fotografi e, su questa base, costruire le proprie immagini. In questo modo esercitiamo non solo le capacità di lavorare con l’attrezzatura, ma abbiamo anche un momento per riflettere su alcuni aspetti di natura concettuale. Dopotutto, ciò che percepiamo e il modo in cui lo percepiamo sono direttamente collegati al gioco di luci e ombre. Io non ho intenzione di fermarmi qui e sto già lavorando alla creazione di composizioni ancora più elaborate e precise, combinando ombra e luce. Cosa che invito anche voi a fare!
Testo e foto – Raffaele Ingegno
